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IDOLO PIACERE AVI SCARICARE

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    Novità e grandi classici. Idee, incontri, eventi. Dal libri e musica. Per tutti. Dall'incontro con l'autore alla musica live.

    Cambiava il tono della voce per incoraggiare la paziente nei momenti più difficili e per cantare la prima ninna-nanna alla creatura che aveva fatto venire al mondo.

    Dopo qualche giorno, quando la madre e il figlio avevano imparato a conoscersi l'un l'altra, tornava dai Reeves, accampati poco lontano. Nell'accomiatarsi segnava su un quaderno il nome del bambino, era una lunga lista e li chiamava tutti suoi figliocci.

    Le nascite portano fortuna, era la sua brusca spiegazione al non chiedere compensi. Aveva un rapporto fraterno con Nora, e da zia brontolona con Judy e Gregory, che considerava suoi nipoti.

    Assieme amministravano il denaro e le risorse familiari, consultavano le mappe e stabilivano il percorso, andavano a caccia, perdendosi per ore nel folto del bosco. Si rispettavano e ridevano delle stesse cose, lei era indipendente, avventurosa, il suo carattere era deciso quanto quello del predicatore, era fatta del suo stesso acciaio, e proprio per questo non la impressionavano né il carisma né il talento artistico di quell'uomo. Era il vigore virile di Charles Reeves, che sarebbe stata anche più tardi la caratteristica di suo figlio Gregory, l'unica cosa che in certi momenti la soggiogava.

    Nora, la moglie di Charles Reeves, era uno di quegli esseri predestinati al silenzio. I suoi genitori, ebrei russi, le avevano dato la migliore educazione che potevano permettersi; aveva preso il diploma da maestra e, pur avendo lasciato la professione con il matrimonio, si manteneva aggiornata studiando storia, geografia e matematica per insegnare ai figli, visto che era impossibile mandarli a scuola, con la vita da zingari che facevano.

    Durante i viaggi leggeva riviste e libri esoterici, ma senza la presunzione di analizzare quelle letture, limitandosi a passare le informazioni al Dottore in Scienze Divine perché le utilizzasse. Si erano conosciuti quando entrambi non erano più molto giovani e il loro rapporto ebbe sempre un tono controllato e maturo. Nora era inadatta alla vita pratica, la sua mente si perdeva in sogni di un'altra realtà, più intenta alle possibilità spirituali che alle vicende quotidiane.

    Amava la musica, e i momenti più luminosi della sua esistenza anodina erano state le opere liriche a cui assistette in gioventù; serbava ogni particolare di quegli spettacoli come tesori, poteva chiudere gli occhi e risentire quelle voci magistrali, commuoversi alle tragiche passioni dei personaggi e apprezzare i colori e la struttura delle scene e dei costumi.

    Leggeva le partiture immaginando le singole scene come parte della propria vita, i primi racconti che i suoi figli ascoltarono furono gli amori maledetti e le morti fatali della lirica universale. In quell'atmosfera esasperata e romantica si rifugiava quando le volgarità della vita la opprimevano. Quanto a Charles Reeves, aveva percorso tutti i mari e si era guadagnato da vivere con lavori diversi, aveva vissuto più avventure di quante potesse raccontarne, lasciato dietro di sé parecchi amori falliti e alcuni figli seminati qua e là, di cui nulla sapeva.

    Era ormai rassegnata al suo destino di zitellona, come tante altre donne della sua generazione sui cui passi la sorte non aveva messo un fidanzato e che non avevano avuto il coraggio di andarselo a cercare, ma questo innamoramento improvviso in età già matura le diede il coraggio di superare la sua naturale modestia. Il predicatore aveva preso in affitto una sala accanto alla scuola dove lei insegnava, e stava distribuendo inviti per la sua conferenza quando lei gli rivolse il primo sguardo.

    In piedi davanti all'uditorio, di fronte a un'arancia appesa al soffitto con un filo, Reeves spiegava la posizione dell'uomo nell'universo e nel Piano infinito. Non minacciava castighi né prometteva salvezza eterna, si limitava a offrire soluzioni pratiche per migliorare la convivenza, placare l'angoscia e preservare le risorse del pianeta.

    Quella sera Charles Reeves tradusse in parole i sentimenti confusi da cui Nora era oppressa e che non sapeva esprimere. Aveva scoperto gli insegnamenti di Bahà Ullah e adottato la religione Bahai.

    I concetti orientali di amorosa tolleranza, di unità fra gli uomini, di ricerca della verità e rifiuto dei pregiudizi cozzavano contro la sua rigida formazione ebraica e contro la ristrettezza provinciale del suo ambiente, ma nell'ascoltare Reeves tutto le apparve facile, non c'era bisogno di consumarsi il cervello in contraddizioni essenziali, visto che quell'uomo conosceva le risposte e poteva farle da guida. Qualche mese dopo, quando si accorse di essere incinta, si sposarono. Se in verità esisteva una potenziale fiamma al di sotto della sua flemmatica apparenza, solo suo marito lo seppe.

    Prendeva parte alla routine della convivenza, ma contribuiva ben poco all'energia del piccolo gruppo, interveniva solo nell'istruzione dei bambini e nei problemi di igiene e salute. Spiegava ai figli alcuni aspetti della religione Bahai con lo stesso tono che usava per insegnare loro a leggere o a elencare i nomi delle stelle, senza la minima intenzione di convincerli, si appassionava solamente quando parlava di musica, in quelle occasioni la sua voce si animava e un rossore le tingeva le guance.

    Già avevano da sopportare troppe differenze di razza e di costumi per mortificarsi ulteriormente con le ignote credenze della sua fede Bahai. D'altronde, considerava le religioni fondamentalmente uguali, la preoccupavano soltanto i valori morali, in ogni modo Dio era al di sopra della comprensione umana, era sufficiente sapere che il cielo e l'inferno erano simboli del rapporto dell'anima con Dio: la vicinanza al Creatore conduce alla bontà e al tranquillo godimento, la lontananza produce malvagità e sofferenza.

    Il caldo è implacabile, il paesaggio è arido, non piove dall'inizio dei tempi e il mondo appare coperto da una tenue polvere rossiccia. Una luce inclemente deforma i profili degli oggetti, l'orizzonte si perde nel polverio. E uno di quei paesetti senza nome uguale a tanti altri, una lunga strada, un caffè, una solitaria pompa di benzina, un posto di polizia, le solite misere botteghe e case di legno, una scuola sul cui tetto sventola una bandiera stinta dal sole.

    Polvere e ancora polvere. I miei genitori sono andati al magazzino per comprare le provviste della settimana. Olga è rimasta per prendersi cura di me e di Judy. Nessuno passa per strada, le persiane sono chiuse, la gente aspetta che l'aria si rinfreschi per tornare alla vita. Mia sorella e Olga dormicchiano su una panca sotto la tettoia del negozio, stordite dal calore, le mosche le tormentano ma loro non si difendono neppure più e lasciano che gli camminino sul viso.

    Nell'aria aleggia un inaspettato aroma di zucchero tostato. Grandi lucertole azzurre e verdi assorbono immobili il sole, ma quando cerco di afferrarle, scappano a rifugiarsi sotto le case. Sono scalzo e sento la terra calda sotto la pianta dei piedi. Vedo due uomini, uno è grassoccio e ha un colorito rosa acceso, l'altro ha i capelli gialli, indossano tute da lavoro, sono sudati e hanno camicie e capelli madidi.

    Quello grasso tiene stretta una bimbetta negra, non deve avere più di dieci o dodici anni, con una mano le tappa la bocca e con l'altro braccio la tiene sospesa in aria, lei scalcia un po' e poi resta quieta, ha gli occhi arrossati nello sforzo di respirare attraverso la mano che la soffoca.

    L'altro mi volge la schiena e armeggia nei pantaloni. Sono entrambi molto seri, concentrati, tesi, ansimanti. Silenzio, sento soltanto l'ansimare altrui e il battito del mio cuore. Oliver è scomparso, le case anche restano soltanto loro sospesi nella polvere, come muovendosi al rallentatore e io, paralizzato. L'uomo dai capelli gialli si sputa due volte sulla mano e si avvicina, allontana le gambe della bambina, due stecchi sottili e bruni che pendono inerti, adesso non posso più vederla, schiacciata tra i corpi massicci dei violentatori.

    Voglio fuggire, sono terrorizzato, ma nello stesso tempo voglio vedere, so che sta succedendo qualcosa d'importante e di proibito, sono testimone di un violento segreto.

    Mi manca il fiato, tento di chiamare mio padre, apro la bocca e la voce non esce, inghiotto fuoco, un grido mi riempie dentro e mi soffoca. Devo fare qualcosa, tutto dipende da me, la decisione giusta salverà quei due, la bimba negra e me, che sto morendo, ma non trovo alcuna soluzione né posso fare un gesto, mi sono fatto di pietra. In quel momento odo da lontano il mio nome, Greg, Greg, e Olga appare nel vicolo. C'è una lunga pausa, un minuto eterno in cui nulla succede, tutto è quieto.

    E allora che l'aria vibra per il lungo grido, il rauco e terribile grido di Olga e poi i latrati di Oliver e la voce di mia sorella come un sibilo di ratta, finalmente riesco a tirare il fiato e anch'io mi metto a gridare, disperato. Sorpresi, gli uomini lasciano la bambina, che tocca terra e si mette a correre come un coniglio spaventato. Ci guardano, l'uomo dai capelli gialli ha tra le mani qualcosa di bruno, qualcosa che sembra appartenere al suo corpo, e cerca di infilarlo dentro i pantaloni, alla fine si voltano e si allontanano, non sembrano turbati, ridono e fanno gesti osceni, ne vuoi un po' anche tu, stupida puttana, gridano a Olga, vieni che te lo mettiamo.

    Sulla strada restano le mutandine della bambina. Olga afferra per la mano Judy e me, chiama il cane e camminiamo in fretta, no, corriamo verso il camion. Il paese si è svegliato e la gente ci guarda. Il Dottore in Scienze Divine si era rassegnato a diffondere le sue idee tra contadini ignoranti e lavoratori poveri che non sempre erano capaci di seguire il filo del suo complesso discorso, ma certo non gli mancavano i seguaci.

    Pochissimi assistevano alle sue prediche per fede, la maggior parte andava per semplice curiosità, in quei paraggi i divertimenti erano scarsi e l'arrivo del Piano infinito non passava inosservato. Dopo aver sistemato l'accampamento andava in cerca di un locale.

    Gli capitava di averlo gratis se si appoggiava a persone conosciute, in caso contrario doveva prendere in affitto una sala o sistemarsi in un negozio o in un granaio. Siccome non aveva denaro, lasciava in garanzia la collana di perle con fermaglio di diamanti di Nora, unica eredità di sua madre, impegnandosi a pagare alla fine di ogni riunione.

    Frattanto sua moglie inamidava lo sparato e il collo della camicia al marito, stirava il suo vestito nero, reso lucido dal troppo uso lustrava le scarpe, spazzolava il cappello a cilindro e preparava i libri, mentre Olga e i bambini andavano a distribuire casa per casa volantini che invitavano al Corso che Cambierà La Vostra Vita, Charles Reeves, Dottore in Scienze Divine, Vi Aiuterà a Raggiungere la Felicità e ad Ottenere Prosperità.

    Olga faceva il bagno ai bambini e li vestiva con gli abiti della domenica e Nora indossava il suo abito azzurro dal collo di pizzo, severo e fuori moda, ma ancora decente. La guerra aveva cambiato l'aspetto delle donne, si portavano gonne strette al ginocchio, giacche con le spalline, scarpe ortopediche, elaborati chignon, cappelli di piume e velette. Col suo vestito monacale Nora sembrava un'irreprensibile nonnina di inizio secolo.

    Neanche Olga seguiva la moda, ma nel suo caso non si poteva accusarla di bigottismo, sembrava piuttosto un pappagallo. Per lo più in quel villaggio ignoravano raffinatezze di quel tipo, l'esistenza scorreva nel lavoro dall'alba al tramonto, gli unici piaceri erano qualche bicchiere d'alcool, in certi Stati ancora clandestino, rodei, cinema, un ballo di quando in quando, e seguire alla radio le vicende della guerra e del baseball, per cui qualunque novità attirava i curiosi.

    L'uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio e non delle scimmie! Compra un buono per Gesù! Alleluja, alleluja! Nelle tende si affollavano parrocchiani in cerca di redenzione e di festa, tutti cantando, molti ballando e qualcuno anche contorcendosi negli spasimi dell'estasi, mentre i sacchetti delle offerte venivano riempiti fino all'orlo dagli oboli di chi acquistava biglietti per il cielo.

    Nulla di altrettanto grandioso offriva Charles Reeves, ma grandi erano il suo carisma, il suo potere di convinzione e il fuoco del suo discorso. Impossibile ignorarlo. A volte qualcuno avanzava verso il palco pregandolo di liberarlo dal dolore o da insopportabili rimorsi, e allora Reeves, senza pose esagerate da santone, con semplicità, ma anche con grande autorità, poneva le mani attorno al capo del penitente e si concentrava per portargli sollievo.

    Molti credevano di scorgere scintille fra le palme delle sue mani e i beneficiari del trattamento assicuravano di avere avvertito una scarica di corrente nel cervello. Alla maggior parte del pubblico era sufficiente ascoltarlo una volta per iscriversi al corso, comprare i suoi libri e convertirsi in adepto. Niente succede per caso. Noi esseri umani siamo parte fondamentale di quel piano perché siamo collocati nella scala evolutiva fra i Maestri e le altre creature, siamo intermediari.

    Dobbiamo avere coscienza del nostro posto nel cosmo," iniziava Charles Reeves galvanizzando l'uditorio con la sua voce profonda, vestito di nero da capo a piedi, solenne davanti all'arancia appesa al soffitto e con il boa ai piedi come una grossa cima marinara arrotolata. L'animale era totalmente abulico e, in assenza di provocazioni dirette, se ne stava sempre immobile. Al di sotto di essa stanno i Logi, delegati della luce e incaricati di portare a tutte le Galassie particelle della Suprema Intelligenza.

    I Logi sono in contatto con i Maestri Funzionari attraverso i quali i messaggi e le norme del Piano infinito arrivano agli uomini. La più importante è l'Anima, che non appartiene all'ambiente terrestre, ma opera da lontano, non è dentro di noi ma regge la nostra vita. Per provarlo invitava alcune persone del pubblico a guardare fissamente l'arancia e a descriverne l'aspetto.

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    Invariabilmente tutti descrivevano una sfera gialla, cioè una semplice arancia, mentre lui, invece, vi vedeva l'Anima. Poi presentava i Logi che si trovavano in sala allo stato gassoso e quindi invisibili, e spiegava che erano loro a mantenere in movimento la perfetta macchina dell'universo. In ogni epoca e in ogni regione i Logi eleggevano Maestri Funzionari per comunicare con gli uomini e diffondere le volontà della Suprema Intelligenza. La sua missione consisteva nell'insegnare le norme ai semplici mortali, e una volta attuata questa tappa sarebbe passato a far parte del gruppo privilegiato dei Logi.

    Affermava che ogni azione o pensiero dell'uomo è importante, perché ha un suo peso nel perfetto equilibrio dell'universo, per cui ogni persona ha la responsabilità di seguire esattamente i comandamenti del Piano infinito. Enumerava quindi le regole della sapienza minima, mediante le quali si evitavano errori grossolani, capaci di rovinare il progetto della Suprema Intelligenza. Charles Reeves era in anticipo sul suo tempo: Venti anni più tardi molte delle sue idee sarebbero state divulgate in lungo e in largo da diversi mentalisti in California, l'ultima frontiera a cui giungono gli avventurieri, i disperati, gli anticonformisti, coloro che fuggono la giustizia, i geni incompresi, i peccatori impenitenti e i folli senza speranza, e dove proliferano tutte le possibili formule per evitare l'angoscia del vivere.

    C'è qualcosa in quel territorio che sconvolge gli spiriti. Innumerevoli ciarlatani si erano arricchiti offrendo formule magiche capaci di colmare quel doloroso vuoto che lascia l'assenza dello spirito.

    Olga, invece, intravvide la possibilità di utilizzare i Logi e i Maestri Funzionari per qualcosa di più redditizio, magari per acquistare un locale e formare una loro Chiesa, ma né Charles né Nora condivisero mai questa idea egoistica, per loro la divulgazione della propria verità era soltanto una pesante e fatale responsabilità morale e in nessun caso un affare da venditori ambulanti.

    Nora Reeves avrebbe potuto indicare i giorno preciso in cui perse la fiducia nella bontà umana ed ebbero inizio i suoi silenziosi dubbi sul significato dell'esistenza. Era una di quelle persone capaci di ricordare date insignificanti, e quindi a maggior ragione le rimasero impresse le due bombe di proporzioni cataclismatiche che misero fine alla guerra con il Giappone. Si spense il suo interesse anche per le persone più vicine, è indubitabile che l'istinto materno non era mai stato una delle sue principali caratteristiche, ma a partire da quel momento parve staccarsi completamente dai suoi figli.

    Quel giorno si festeggiava la sconfitta definitiva del nemico dagli occhi a mandorla e dalla pelle gialla, come mesi prima si era celebrata quella dei tedeschi. La notizia dell'accaduto produsse un silenzio inorridito nel mondo, ma i vincitori sommersero la visione dei cadaveri ustionati e delle città ridotte in polvere con una gazzarra di bandiere, sfilate e bande musicali, anticipando il ritorno dei combattenti.

    Sarà ancora vivo? Tornerà a casa anche lui? Nora non rispose. Erano di passaggio in una città e mentre i suoi familiari ballavano tra la folla, lei rimase sola nella calma del camion. Durante gli ultimi mesi le notizie provenienti dall'Europa avevano minato il suo sistema nervoso e la devastazione atomica la fece definitivamente sprofondare nello smarrimento. La radio non parlava d'altro, giornali e cinematografo mostravano immagini dantesche dei campi di concentramento.

    Ella seguiva passo passo il minuzioso resoconto delle atrocità commesse e delle sofferenze accumulate, pensando che in Europa i treni continuavano a viaggiare, portando implacabili il loro carico ai forni crematori, mentre in nome di un'altra ideologia in Giappone migliaia di uomini morivano anch'essi ridotti a calce viva.

    Non avrei mai dovuto mettere al mondo dei figli, mormorava spaventata. L'umanità ha commesso qualcosa di più grave del peccato originale. Dobbiamo applaudire i progressi della scienza. Per fortuna le bombe non sono nelle mani dei nemici, ma nelle nostre. Adesso nessuno oserà affrontarci. Se non avessimo gettato la bomba, i morti sarebbero stati molti di più. Gregory si era addormentato in braccio al padre e Judy aveva in mano un pallone dipinto a stelle e strisce.

    Si sentiva giovane, poteva ancora cambiare una ruota del camion in pochi minuti o stare diverse ore su una scala a dipingere un murale senza formicolii nella schiena. La donna capiva quando l'infermo non sopportava più gli scossoni del viaggio, allora si fermava e si accampavano.

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    Le ore sembravano lunghe, i bambini passavano il tempo gironzolando nei dintorni, perché la madre aveva messo via i quaderni e non faceva più loro lezione. Nora non aveva preso in considerazione il fatto che Charles Reeves fosse mortale, non arrivava a capire perché si spegnesse la sua energia, che era anche la propria.

    Per molti anni suo marito aveva controllato ogni aspetto della sua esistenza e di quella dei suoi figli, le regole minuziose del Piano infinito, che egli manipolava a suo piacere, non lasciavano spazio a dubbi.

    Non c'è motivo di allarmarsi, si diceva; in realtà Charles non ha mai avuto molti capelli e quelle rughe profonde non sono nuove, le ha segnate il sole da molto tempo, è molto magro, certo, ma appena si rimette a mangiare come prima in pochi giorni si riprenderà, si tratta certamente di un'indigestione — vero che oggi sta molto meglio?

    Non osava toccare quel vecchio sofferente, era per lei uno sconosciuto, impossibile riconoscere in lui l'uomo che l'aveva sedotta con la sua vitalità. Per un certo tempo si sospese la divulgazione del Piano infinito, perché il Dottore in Scienze Divine non aveva il coraggio di comunicare agli altri la speranza, visto che lui stesso incominciava a perdere la propria e a chiedersi in segreto se realmente lo spirito trascende la realtà e se basta un mal di pancia per ridurlo a pezzi.

    Non poteva neanche dedicarsi alla pittura.

    I viaggi continuarono fra grandi privazioni e senza uno scopo preciso, quasi cercassero qualcosa che sempre si trovava altrove. Evitava le grandi città, dove spietati erano l'organizzazione e lo zelo della polizia, a meno che non potessero accamparsi in zone industriali o presso gli scali, dove trovava sempre dei clienti.

    Lasciava i Reeves sistemati nelle tende, prendeva i suoi arnesi da negromante e si avvicinava per vendere le proprie arti. In viaggio usava rozzi pantaloni da operaio, camicia e berretto, ma per svolgere il suo lavoro di chiaroveggente recuperava dal suo baule una sgargiante gonna a fiori, una blusa scollata, tintinnanti collane e stivali gialli.

    Si truccava a colpi di pennello, senza il minimo ritegno: guance da pagliaccio, bocca rossa, palpebre azzurre, l'effetto di quella maschera, dei vestiti e dell'incendio dei suoi capelli era scioccante e ben pochi si azzardavano a respingerla per timore che un maleficio li mutasse in statue di sale. Aprivano la porta, si trovavano dinnanzi a quella grottesca apparizione con una sfera di cristallo in mano e rimanevano a bocca aperta per lo stupore, di quella incertezza lei approfittava per introdursi in casa.

    Riusciva molto simpatica se aveva bisogno di esserlo, spesso tornava all'accampamento con del dolce o della carne avuti in regalo da clienti soddisfatti non solo per il futuro promesso dalle carte magiche, ma soprattutto per la scintilla di buonumore che lei accendeva nella noia perenne delle loro vite. Entrando in una casa le bastava annusare l'aria qualche secondo per impregnarsi del clima, avvertire le presenze invisibili, cogliere le orme delle disgrazie, interpretare i sogni, udire i sussurri dei morti e comprendere le necessità dei vivi.

    Apprese presto che le storie si ripetono con ben poche varianti, le persone sono molto simili, tutti provano amore, odio, viltà, sofferenza, allegria e timore nello stesso modo. Neri, bianchi, gialli, tutti uguali sotto la pelle, come diceva Nora Reeves, la sfera di cristallo non distingueva razze, solo dolori. Tutti volevano sentire la medesima buona fortuna, non perché la credessero possibile, ma perché immaginarla serviva da consolazione.

    La gente aveva più fiducia in lei che nei gelidi chirurghi degli ospedali. Le bastava uno sguardo per percepire i segnali della morte e in tal caso non interveniva, in parte per scrupolo e in parte per non pregiudicare la propria professione di guaritrice.

    Si trovavano a est di Los Angeles, dove era concentrata la popolazione latina, e lei prese la decisione di portarlo in ospedale. A quell'epoca l'atmosfera della città era già carica dell'influenza messicana, malgrado l'ossessione tipicamente americana di vivere in perfetta salute, bellezza e felicità. Centinaia di migliaia di immigrati imprimevano il loro segno all'ambiente con il disprezzo del dolore e della morte, la povertà, il fatalismo e la sfiducia, le loro violente passioni, e anche con la musica, i cibi piccanti e l'audacia dei colori.

    I latini erano relegati in un ghetto, ma la loro influenza aleggiava ovunque, non appartenevano a quel paese né mostravano di desiderarlo, sebbene la loro segreta aspirazione fosse che i figli vi si integrassero.

    Aggrappati alla loro tradizione cattolica e al culto delle anime, a un ammuffito sentimento patriottico e al machismo, non potevano assimilare la cultura del paese e, per una o due generazioni, restavano relegati ai servizi più umili. Giunsero col camion fino alla porta dell'ospedale e mentre Nora e Olga aiutavano il malato a scendere, i bambini, saltati a terra, affrontavano gli sguardi curiosi della gente che si faceva avanti per osservare quello strano veicolo con simboli esoterici dipinti a colori squillanti sulla carrozzeria.

    Nessuno chiese più niente. Charles Reeves fu ricoverato in ospedale, e pochi giorni dopo gli tolsero metà dello stomaco e gli suturarono i fori che aveva nell'altra metà. Frattanto Nora e Olga si sistemarono provvisoriamente con i bambini, il cane, il boa e i loro bagagli, nel cortile di Pedro Morales, un generoso messicano che anni prima aveva studiato il corso completo della dottrina di Charles Reeves e ostentava sulla parete della sua abitazione un diploma che lo accreditava come Spirito Superiore.

    L'uomo era massiccio come un mattone, con tratti decisi da meticcio e una maschera orgogliosa che si trasformava in un'espressione bonaria quand'era allegro. Nel suo sorriso fiammeggiavano diversi denti d'oro che si era fatti mettere in segno di eleganza dopo essersi fatto cavare quelli sani.

    Immacolata Morales, sua moglie, era rimasta impermeabile ai costumi stranieri e, a differenza di molte sue compatriote in quella terra straniera che si truccavano, tenendosi in equilibrio su tacchi a spillo, con i riccioli bruciati dalla permanente e dall'acqua ossigenata, si manteneva fedele alle tradizioni indigene.

    Era piccola, sottile e forte, con un viso tranquillo e privo di rughe, portava i capelli raccolti in una treccia che le scendeva sulla schiena fin sotto la cintura, indossava grembiuli semplici e scarpe di tela, fatta eccezione per le feste religiose, quando esibiva il vestito nero e i suoi orecchini d'oro.

    Immacolata era la colonna della casa e l'anima della famiglia Morales. Un po' vergognosi, i Reeves si sedevano all'ospitale tavola dei Morales. A Judy e Gregory occorsero diversi mesi per comprendere le regole della vita sedentaria.

    Si videro circondati da una calorosa tribù di bimbetti dalla pelle scura che parlavano un inglese abborracciato e che non tardarono a insegnargli la loro lingua, cominciando con chingada, fottuta, la parola più squillante e utile del loro vocabolario, anche se non era prudente pronunciarla davanti a Immacolata.

    Coi Morales impararono a orientarsi nel labirinto delle strade, a mercanteggiare, a distinguere al primo sguardo i ragazzi nemici, a nascondersi e a fuggire. Con loro andavano a giocare al cimitero e a osservare da lontano le prostitute e da vicino le vittime di incidenti mortali.

    Juan José, della stessa età di Gregory, aveva un fiuto infallibile per le disgrazie, sapeva sempre dove avvenivano gli scontri automobilistici, gli investimenti, le risse a coltellate e le morti. La voce giunse alle orecchie di Juan José prima che si verificasse la tragedia. Il ragazzo, terrorizzato dall'anima in pena, non sapeva che fare del dito, gettarlo nella spazzatura o darlo al boa dei Reeves non gli parve un modo rispettoso di riparare alla malefatta.

    Aveva abbastanza problemi con i suoi numerosi parrocchiani per perder tempo indagando sull'origine di un dito solitario. I fratelli Reeves andarono a scuola per la prima volta nella loro vita. Erano gli unici biondi con gli occhi azzurri in un insediamento di immigrati latini dove la regola di sopravvivenza era parlare spagnolo e correre velocemente.

    Agli alunni era proibito usare la lingua nativa, dovevano imparare l'inglese per potersi integrare rapidamente. Quando a qualcuno sfuggiva una parola meticcia che arrivava alle orecchie della maestra, riceveva un paio di sculaccioni. Per sfida i ragazzi parlavano castigliano in ogni possibile occasione e chi non lo faceva era qualificato come "leccaculo", il peggiore epiteto del repertorio studentesco.

    Judy e Gregory non tardarono a percepire l'odio razziale e temettero di essere ridotti in polpette alla prima sbadataggine. Il primo giorno di scuola Gregory era talmente spaventato che non gli usciva la voce neppure per pronunciare il proprio nome. Come vi chiamate, cari?

    Infine Judy lo tolse dall'imbarazzo. Un coro di battute e di risate accolse la sua affermazione. Andiamocene, Greg," e i due fratelli uscirono dall'aula tenendosi per mano, lei col mento all'insù e lui tenendolo incollato al petto. Si avviarono verso casa in silenzio. Noi siamo molto più intelligenti degli altri alunni. Quei mocciosi non parlano neppure come gli altri, mamma! Non sanno l'inglese. Il suo strano aspetto, il suo accento russo e quel gesto ebbero il potere di placare le belve, almeno per un certo tempo.

    Non lo festeggiarono, in realtà nessuno se ne era ricordato perché l'attenzione della famiglia era rivolta al padre. Nora e Immacolata Morales lavarono i bambini tirandoli a lucido, misero loro i vestiti migliori, pettinarono i ragazzi con la brillantina e posero nastri alle crocchie delle bambine. In processione si avviarono verso l'ospedale con semplici mazzi di margherite del giardino di casa e un vassoio di involtini di pollo e fagioli fritti con formaggio. La corsia era vasta come un capannone, con letti identici su entrambi i lati e al centro un eterno corridoio che percorsero in punta di piedi fino al punto in cui si trovava il malato.

    Il nome di Charles Reeves, scritto su di un cartoncino ai piedi del letto, permise di identificarlo, diversamente non lo avrebbero riconosciuto. Si era trasformato in un estraneo, era invecchiato di mille anni, aveva la pelle color della cera, gli occhi infossati entro le orbite ed emanava un odore di mandorle.

    I bambini, stretti gomito a gomito, rimasero con i fiori in mano, senza sapere dove posarli. Gregory retrocesse fino al corridoio, scese le scale a balzi e poi si mise a correre verso la strada. Quando arrivavano, gli immigrati messicani si presentavano a casa di amici o parenti, dove spesso si ammucchiavano diverse famiglie. Le leggi dell'ospitalità erano inviolabili, per i primi giorni un riparo e il cibo non erano negati a nessuno, ma poi ciascuno doveva cavarsela da solo.

    Venivano da tutti i paesi a sud del confine in cerca di lavoro, senza altri averi che gli abiti che indossavano, un fagotto sulle spalle e la ferma intenzione di migliorare le proprie condizioni in quella Terra Promessa, dove si diceva che il denaro crescesse sugli alberi e chiunque avesse una certa abilità poteva diventare un capitano d'industria con una Cadillac e una bionda appesa al braccio. Non sospettavano le privazioni dell'esilio, che i padroni avrebbero profittato di loro e le autorità li avrebbero perseguitati, quanti sforzi sarebbe costato riunire la famiglia portare con sé i bimbi e i vecchi, il dolore di dire addio agli amici e di abbandonare i propri morti.

    Neppure li avevano avvertiti che ben presto avrebbero perduto le loro tradizioni e che il distruttivo logorarsi della memoria li avrebbe lasciati senza ricordi, né che sarebbero stati i più umiliati tra gli umili. Ma se anche lo avessero saputo, forse avrebbero comunque intrapreso il viaggio verso il nord. Immacolata e Pedro Morales chiamavano quelli come loro "fil di ferro bagnati", una combinazione tra "fil di ferro" e "schiena bagnata" come erano chiamati gli immigranti illegali, e raccontavano, scoppiando dalle risate, come avevano passata la frontiera molte volte, o attraversando a nuoto il Rio Grande o tagliando i fili di ferro del confine.

    Dopo alcuni anni riuscirono a legalizzare i documenti, e adesso i loro figli erano cittadini americani. Alla loro tavola c'era sempre posto per i nuovi arrivati e i bambini crebbero ascoltando storie di poveri diavoli che attraversavano la frontiera nascosti come fagotti nel doppio fondo di un camion, saltavano da treni in corsa, o si trascinavano sotto terra lungo vecchie fognature, sempre col terrore di essere sorpresi dalla polizia, la temuta Migra, e rimandati al loro paese ammanettati, dopo essere stati schedati come criminali.

    Molti morivano sotto le pallottole delle guardie, altri di fame e di sete, alcuni asfissiati in scompartimenti segreti dei veicoli dei coyote, il cui lavoro consisteva nel trasportare gente disperata dal Messico a un paese oltre frontiera. All'epoca in cui Pedro Morales fece il primo viaggio fra i latini esisteva ancora il sentimento di riappropriarsi di un territorio che da sempre era stato loro. Violare la frontiera non costituiva per loro un delitto, ma un'avventura animata da un senso di giustizia.

    Era stanco di andare qua e là a cercare lavoro e non volle chiedere aiuto né accettare elemosine.

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    Infine si decise ad attraversare la recinzione che delimitava il confine, tagliando con delle pinze il filo di ferro, e si mise a camminare in linea retta seguendo il sole, secondo le indicazioni di un amico con più esperienza di lui.

    I padroni pagavano meno di quanto avevano promesso e al primo reclamo si rivolgevano alla polizia, sempre pronta a intervenire contro i clandestini. Immacolata lo aspettava con l'abito da sposa inamidato.

    Si sposarono con le abituali feste e cerimonie, passarono la prima notte nuziale nel letto dei genitori della ragazza, prestato per l'occasione, e il giorno dopo presero il bus diretto al nord. Pedro aveva un po' di soldi ed era già esperto nel passare la frontiera, ma era ugualmente spaventato, non voleva esporre la moglie a nessun pericolo.

    Si raccontavano storie raccapriccianti di furti ed eccidi da parte di banditi, di corruzione della polizia messicana e maltrattamenti da parte di quella americana, storie capaci di scoraggiare l'uomo più macho.

    Immacolata, invece, camminava felice, un passo dietro il marito, col fagotto delle sue cose in equilibrio sul capo, protetta dalle disgrazie dallo scapolare della Vergine di Guadalupe, una preghiera sulle labbra e gli occhi spalancati per vedere il mondo che le si apriva innanzi, come un magnifico cofanetto colmo di sorprese. I Morales erano persone a posto e senza vizi, facevano rendere il denaro e impararono a utilizzare i vantaggi di quel paese in cui loro sarebbero sempre stati stranieri, ma nel quale per i figli vi sarebbe stato un posto.

    Erano sempre disposti ad aprire la loro porta per dare aiuto ad altri, la loro casa divenne un punto di riferimento per la gente di passaggio. Oggi a te, domani a me, a volte capita di dare, altre di ricevere, è la legge naturale della vita, diceva Immacolata. All'epoca in cui i Reeves andarono a vivere nel loro cortile erano la famiglia più stimata del quartiere, Immacolata era diventata una madre universale e Pedro veniva consultato dalla comunità per la sua rettitudine.

    In questo ambiente dove a nessuno veniva in mente di rivolgersi alla polizia o alla giustizia per risolvere i propri problemi, egli fungeva da arbitro nelle controversie e da giudice nelle dispute. Olga aveva ragione, almeno in parte. Il medico gli prescrisse tranquillità, dieta e controllo continuo, alla vita nomade nemmeno pensarci per un bel po' di tempo, forse per anni.

    I risparmi erano terminati da molto tempo. Pedro non voleva sentir parlare di questo argomento perché col suo Maestro aveva un debito spirituale, impossibile da estinguersi. Charles Reeves non era uomo che potesse accettare la carità, neppure da un buon amico e discepolo, né potevano continuare a stare accampati nel cortile di casa di altra gente, e nonostante le suppliche dei bambini, che vedevano allontanarsi per sempre la possibilità di abbandonare l'incubo scolastico, il camion venne venduto, dopo aver tolto l'insegna e il megafono.

    Con i soldi recuperati e altri ottenuti in prestito, i Reeves poterono comprare una casupola in rovina ai margini del quartiere messicano.

    I Morales mobilitarono i loro parenti per aiutare a ricostruire la baracca. Fu un fine settimana incancellabile per Gregory Reeves, la musica e i cibi latini sarebbero rimasti per sempre legati nella sua mente all'idea di amicizia.

    Il sabato all'alba si vide arrivare una carovana di veicoli d'ogni genere, dalla camionetta guidata da un omaccione dal sorriso contagioso, fratello di Immacolata, a una colonna di biciclette che trasportavano cugini, nipoti e amici, tutti provvisti di strumenti e materiale da costruzione.

    Le donne installarono grandi tavole sul terreno e, rimboccatesi le maniche, cucinarono per quella folla di persone. Volavano per aria le teste mozzate dei polli, si ammonticchiavano i pezzi di maiale e di vacca, bollivano il granoturco, i fagioli e le patate, cuocevano le frittate danzavano i coltelli tritando, tagliando e pelando, brillavano al sole i vassoi con la frutta e stavano al riparo dell'ombra quelli colmi di pomodori e cipolle, salsa piccante, insalata di aguacate.

    Dalle pentole salivano aromi di sughi succulenti, dalle brocche e dalle bottiglie si mescevano tequila e birra, e dalle chitarre sbocciavano le canzoni della generosa terra d'oltre frontiera. I bambini correvano sfrenatamente assieme ai cani attorno alle tavole; le bimbe, più composte, aiutavano a servire i cibi; un cugino minorato dal sereno viso orientale lavava i piatti; la nonna demente seduta sotto un albero si univa al coro delle contadine con la sua voce da cardellino.

    Olga distribuiva tacos tra gli uomini e teneva a bada i bambini. Durante tutto il fine settimana, fino a sera inoltrata, lavorarono allegramente sotto la direzione di Charles Reeves e Pedro Morales, segando, inchiodando e saldando. I messicani tolsero le tavole della scorpacciata, raccolsero i loro arnesi, le chitarre e i figli, salirono sui loro veicoli e scomparvero tornando da dove erano venuti, discretamente, in modo che nessuno li ringraziasse.

    Quando i Reeves entrarono nella nuova casa, Gregory chiese se sarebbe rimasta in piedi, non credendo alla solidità delle pareti. Quel paio di modeste stanze parve ai bimbi una villa, mai prima d'allora avevano avuto un tetto solido sul capo, ma solamente il telo di una tenda o il cielo. Olga, senza molte spiegazioni, decise di separarsi da loro. In quel paese, dove neppure gli uomini avevano molti peli sul viso, la magazziniera era bersaglio delle beffe più crudeli, fino a che Olga non intervenne liberandola con un decotto di sua invenzione, lo stesso che prescriveva per curare la scabbia.

    Quando finalmente la barbuta poté ostentare le sue guance alla piena luce del giorno, le male lingue dissero che almeno i peli le davano un'aria interessante, mentre senza peli era soltanto una signora con un viso da pirata. A poco a poco in famiglia si smise di pronunciare il suo nome, perché quando accadeva, l'aria si caricava di tensione.

    Judy, distratta da tante novità, non ne sentiva la mancanza, ma Gregory mantenne i contatti con lei. Partendo da una fotografia riusciva a riprodurre un'immagine abbastanza fedele se si trattava di uomini, la migliorava nel caso delle signore cui cancellava i segni dell'età, ne attenuava l'eredità indigena o africana, ne schiariva la pelle e i capelli e le abbigliava con vesti di gala. Il pubblico era composto soprattutto da operai e dalle loro famiglie, molti dei quali capivano appena l'inglese, ma il predicatore apprese alcune parole chiave in spagnolo e quando gli mancavano i termini ricorreva a una lavagna su cui disegnava le sue idee.

    Grazie a lui gli immigrati seppero che, nonostante fossero considerati illegali, godevano di alcuni diritti di cittadinanza, potevano rivolgersi all'ospedale, seppellire i loro morti nel cimitero della contea — benché preferissero sempre riportarli nel proprio paese d'origine — e che avevano numerosi altri vantaggi che fino a quel momento non conoscevano.

    In quel quartiere Il Piano infinito era in competizione con gli orpelli del cerimoniale cattolico, gli sfarzi e i piatti dell'Esercito della Salvezza, la volubile poligamia dei mormoni e i riti delle sette chiese protestanti del circondario, compresi i battisti che si immergevano vestiti nel fiume, gli avventisti che regalavano torte al limone ogni domenica e i pentecostali che camminavano con le mani sollevate per ricevere lo Spirito Santo.

    Poiché non era necessario rinunciare alla propria religione, visto che nel Corso di Charles Reeves tutte le dottrine erano accettate, il Padre Larraguibel della Chiesa di Lourdes e i pastori delle altre sette non poterono protestare, benché una volta tanto si trovassero tutti d'accordo e ciascuno dal proprio pulpito accusasse il predicatore di essere un ciarlatano privo di serietà.

    Uno sguardo fu sufficiente per stabilire una complicità che sarebbe durata tutta la vita. La bambina era più giovane di un anno, ma appariva molto più sveglia riguardo ai problemi concreti, a lei sarebbe toccato svelare al ragazzo i sistemi e i trucchi della sopravvivenza nel quartiere.

    Gregory era alto, magro, biondissimo, e lei piccola, paffuta, del colore dorato dello zucchero di canna. Il ragazzo aveva cognizioni inconsuete, poteva mettersi in mostra raccontando le trame delle opere liriche, descrivendo i paesaggi del "National Geographic" oppure recitando versi di Byron; sapeva acchiappare un'anitra, sventrare un pesce e calcolare in un batter d'occhio che distanza percorre un camion in quarantacinque minuti se viaggia a trenta miglia all'ora, tutte cose di scarsa utilità nella sua nuova situazione.

    Sapeva infilare un boa in un sacco, ma non era in grado di andare a comprare il pane dietro l'angolo, non era mai vissuto con altri bambini né era mai entrato in un'aula scolastica, non aveva il minimo sospetto della malvagità dei bambini o delle tremende barriere razziali, perché Nora gli aveva insegnato che le persone sono buone — il contrario è un errore di natura — e sono tutte uguali.

    Il colore della sua pelle e la sua completa mancanza di malizia irritavano la maggior parte dei ragazzi, che appena potevano gli si lanciavano addosso, per lo più nel bagno, lasciandolo mezzo stordito per le botte. Non sempre era innocente, spesso provocava gli scontri. Con Juan José e Carmen Morales inventavano scherzi pesanti, come togliere con una siringa il ripieno alla menta dai confetti di cioccolata, rimpiazzandolo con la salsa più piccante della cucina di Immacolata per offrirli alla banda di Martínez, come se fumassimo il calumet della pace, per diventare amici, okay?

    Dopodiché dovettero nascondersi per una settimana. Ogni giorno, non appena suonava la campana dell'uscita, Gregory correva verso casa come un fulmine, seguito da un branco di ragazzi decisi a farlo fuori.

    Quando la sua famiglia era accampata nel cortile dei Morales non c'era paura, perché la casa era vicina, Juan José era con lui e nessuno poteva raggiungerlo in un tratto breve, ma quando si trasferirono nella nuova proprietà la distanza era dieci volte maggiore e le possibilità di arrivare in tempo alla meta si riducevano in misura preoccupante. Cambiava il percorso, prendeva scorciatoie diverse e conosceva nascondigli dove poteva restare rannicchiato fino a che non si stancavano di cercarlo.

    Non sono venuto io ad aiutarti, ingrato? Guardi come mi hanno conciato! Aiutati, che Dio t'aiuta, come dice il proverbio. Da quel momento, se si trovava nei guai, correva a casa dei suoi amici, saltava il recinto del cortile ed entrava in cucina, dove aspettava che Judy arrivasse a salvarlo. Con la sorella poteva camminare tranquillo perché era la bambina più graziosa della scuola, tutti i ragazzi erano innamorati di lei e nessuno avrebbe commesso la sciocchezza di fare una prepotenza a Gregory in sua presenza.

    Carmen e Juan José Morales cercavano di far da tramite tra il loro nuovo amico e il resto della ragazzaglia, ma non sempre ci riuscivano perché Gregory appariva diverso, non solo per il suo colore, ma perché era orgoglioso, testardo e sornione.

    Aveva la testa piena di racconti di indios, animali selvaggi, protagonisti delle opere liriche e di teorie circa le anime che apparivano sotto forma di arance ondeggianti, Logi e Maestri Funzionari, di cui né il Padre né le insegnanti volevano ascoltare i particolari. Inoltre alla più piccola provocazione perdeva il controllo e si lanciava avanti, con gli occhi chiusi e i pugni stretti, si batteva alla cieca e perdeva quasi sempre, a scuola era quello che le prendeva di più.

    Ridevano di lui, del suo cane — un bastardo dalle zampe corte e di brutto aspetto — e anche di sua madre, che si vestiva all'antica e distribuiva opuscoli sulla religione Bahai o sul Piano infinito. Ma le burle peggiori erano dirette al suo temperamento sentimentale. Il resto dei ragazzi aveva interiorizzato gli insegnamenti machisti dell'ambiente: gli uomini devono essere spietati, coraggiosi, dominatori, solitari, veloci di mano e superiori alle donne in ogni senso.

    Le due norme fondamentali, apprese dai bambini sin dalla culla, erano che gli uomini non si fidano mai di nessuno e non piangono per nessuna ragione. Gregory invece ascoltava la maestra parlare delle foche del Canada sterminate a colpi di bastone dai cacciatori di pelli oppure il Padre accennare ai lebbrosi di Calcutta e subito, con gli occhi velati di lacrime, decideva di andare al nord a difendere i cetacei o nell'Estremo Oriente come missionario.

    Nonostante tutto era un ragazzo allegro, capace di far musica con qualsiasi strumento, con una memoria infallibile per le barzellette, il più ricercato dalle ragazzine durante la ricreazione. In cambio delle sue lezioni di boxe il Padre volle essere aiutato nelle messe della domenica. I due amici passavano ore in chiesa spargendo incenso a denti stretti, suonando campanelle e recitando latinorum sotto lo sguardo attento del sacerdote, che anche nei momenti culminanti della cerimonia li sorvegliava col famoso terzo occhio che secondo la gente aveva sulla nuca per vedere i peccati degli altri.

    A lui piaceva che uno dei suoi aiutanti fosse bruno e l'altro biondo, pensava che quella integrazione razziale era sicuramente gradita al Creatore. Prima della messa i ragazzi preparavano l'altare e poi riordinavano la sacrestia, al momento di andarsene ricevevano in dono un pane all'anice, ma il vero premio erano le sorsate clandestine del vino cerimoniale, un liquore invecchiato, dolce e forte come sherry.

    Una mattina fu tanto l'entusiasmo che senza accorgersene fecero fuori la bottiglia e rimasero senza vino per l'ultima messa. Gregory ebbe l'ispirazione di sottrarre qualche centesimo dalla colletta e uscire sparato a comprare della Coca Cola. La agitarono per eliminare il gas e poi riempirono l'ampolla del vino. Durante la messa si comportarono come pagliacci e neppure le occhiate truci del sacerdote riuscirono ad impedire bisbigli, risate, spintoni e squilli di campanelle fuori tempo.

    Qualche istante dopo il sacerdote bevve il liquido con reverenza, assorto nelle parole della liturgia, e al primo sorso si rese conto che il diavolo aveva messo la mano sul Calice, a meno che quella volta la Consacrazione avesse prodotto un evidente cambiamento nelle molecole del vino, idea che il suo senso pratico gli fece immediatamente scartare. Quello fu il primo di molti anni difficili per Gregory Reeves, un tempo di incertezze e timori, durante il quale molte cose cambiarono, ma anche di birichinate, amicizie, sorprese e scoperte.

    Chiesi a un Logo a chi appartenessero. Ricordai che in gioventù avevo avuto l'ambizione di fare l'inventore. I pensieri prendono forma, più definita è un'idea, più concreta è la forma. Non si devono lasciare idee o progetti incompiuti, devono essere distrutti, per non sprecare energia che sarebbe meglio utilizzata in un altro campo.

    Bisogna pensare in modo costruttivo, ma attento. Poi tutti e due lo scaricarono a fatica e lo piantarono nella fossa. Il timore di rimanere orfano ricorreva nella mia mente con frequenza. Nei sogni Charles Reeves mi appariva come uno scheletro scricchiolante dalle vesti oscure con un grosso serpente attorcigliato ai piedi, e quando mi svegliavo lo ricordavo come lo avevo visto in ospedale, ridotto pelle e ossa. L'idea della morte mi terrorizzava. Da quando ci eravamo stabiliti in città mi perseguitava un presentimento di pericolo, le regole usuali andarono in pezzi, anche le parole persero il loro abituale significato e dovetti apprendere altri codici, altri gesti, una strana lingua piena di erre e i lunghe sonore.

    Le strade senza fine e i vasti paesaggi furono sostituiti da un susseguirsi di stradicciole rumorose, sudicie, maleodoranti e tuttavia anche affascinanti, dove le avventure nascevano ad ogni passo. Impossibile resistere al fascino delle strade, in esse si svolgeva l'esistenza, erano scenari di lotte, di amori e di affari.

    Ero incantato dalla musica latina e dall'abitudine di raccontare storie. La gente parlava della propria vita con toni da leggenda. Credo di avere imparato lo spagnolo solo per non perdere una parola di quei racconti.

    Il mio posto preferito era la cucina di Immacolata Morales tra la fragranza delle pentole e i problemi della famiglia. Non mi stancavo di quell'eterno circo, ma sentivo anche il segreto bisogno di recuperare il silenzio della natura in cui ero cresciuto, andavo in cerca di alberi, camminavo ore per salire su una piccola collina dove per qualche momento tornavo a sentire il piacere di esistere nella mia pelle.

    Per il resto del tempo il mio corpo risultava un impiccio, dovevo proteggerlo da continue minacce, mi pesavano come zavorra i capelli chiari, il colore della mia pelle e i miei occhi, il mio scheletro da uccellino. Pesava anche l'assenza di Olga, mancavano il suo baule di tesori, i suoi utensili da negromante, i suoi strepitosi vestiti, la sua risata sfrontata, i suoi racconti, la sua instancabile operosità, senza di lei la casa era come un tavolo zoppo.

    I miei genitori seppellirono l'episodio sotto una coltre di silenzio e io non osai chiedere spiegazioni.

    Mia madre diventava ogni istante più silenziosa e solitaria, mentre mio padre, che aveva sempre controllato il suo carattere, divenne rabbioso, imprevedibile, violento. È colpa dell'operazione, la chimica del suo Corpo Fisico è alterata, per questo la sua Aura si è offuscata, ma ben presto starà bene, lo giustificava mia madre usando il gergo del Piano infinito, ma con un tono privo della minima convinzione.

    Non mi sentii mai a mio agio con lei, quell'essere sbiadito e amabile era molto diverso dalle madri degli altri bambini. Le decisioni, i permessi e i castighi provenivano sempre da mio padre, le consolazioni e le risate da Olga, le confidenze erano con Judy.

    Mi univano a mia madre soltanto libri e quaderni di scuola, la musica e la passione di osservare le costellazioni in cielo. Non mi toccava mai, io mi abituai alla sua distanza fisica e al suo temperamento riservato. Judy era sempre stata una bambina aperta e simpatica, che mi proteggeva, mi dava ordini, mi teneva attaccato alle sue gonne. La notte io scivolavo nel suo letto e lei mi raccontava favole o inventava per me dei sogni con istruzioni precise su come sognarli. Le forme di mia sorella addormentata, il suo calore e il ritmo del suo respiro accompagnarono la mia prima infanzia, accoccolato al suo fianco dimenticavo la paura, vicino a lei nulla poteva farmi male.

    Una notte di aprile, quando Judy stava per compiere nove anni e io ne avevo sette, aspettai che tutto fosse silenzio e uscii dal mio sacco da notte per introdurmi nel suo, come facevo sempre, ma mi trovai davanti a una feroce resistenza.

    Mi sedetti a terra accanto a lei senza sapere cosa dire, rattristato ben più dal suo pianto che dal suo rifiuto. Dopo un bel po' di tempo mi alzai e in punta di piedi aprii la porta a Oliver, e da quel giorno dormii abbracciato al mio cane. Nei mesi seguenti ebbi la sensazione che esistesse in casa mia un mistero dal quale io ero escluso, un segreto tra mio padre e mia sorella, o forse tra loro e mia madre, o fra tutti e Olga.

    Intuii che era meglio ignorare la verità e non cercai di scoprirla. Non esisteva fatalità, in luoghi come quello. Una spalla gli doleva, e il freddo della pietra gli premeva contro la guancia.

    Per fortuna la torcia ardeva ancora, gettata poco lontano, rischiarando un ambiente angusto e scuro come il ventre degli Inferi. Come tutto fosse accaduto rimaneva difficile a dirsi. Non era superstizioso, ma non aveva perduto le abitudini degli uomini di Serama. Raccolta la torcia, il suo sguardo percorse il perimetro della nuova prigione: la sala era piccola e completamente spoglia.

    Quattro pareti disegnavano un quadrato sbilenco, senza traccia di porte, botole né pozzi, grate o fessure. Dal torso prominente spuntavano due gambe e due braccia, e una testa troppo grossa, avvolta in ombre tanto fitte da impedirgli di scorgerne le fattezze.

    Era davvero in trappola. Oh, quanto avrebbe faticato a trattenere un sorriso compiaciuto, la severa Thagla, non vedendolo tornare. Magari celato su questa stupida statua, che pare fatta apposta per tenere lontani gli stolti. Anzi, no. Alla faccia tua. Lenti minuti passarono, e gli parvero farsi ore. Il consumarsi della torcia era di certo un buon indicatore del tempo che scorreva come sabbia fra le dita. Ad ogni momento di infruttuosa perlustrazione, saliva in lui un malcontento, uno sconforto che non gli era proprio.

    Di esser salvato, o di morire. Non avrebbe saputo dirlo. La gente era strana, da quella parte di mondo. Per gli Dei dei Vivi, se proprio devo morir giovane, preferisco una spada nel petto. Non le imprecazioni da taverna, né le grida agghiacciate di chi affrontava esseri ritornati dal sepolcro, ma il riecheggiare dei canti di battaglia.

    Era tutto lontano, ormai: di lui non restava che il tombarolo, che pareva infine essersi lasciato giocare, credendosi più scaltro del vero. Fu un vociare indistinto a scuoterlo da quei pensieri insidiosi e nostalgici. Sono bloccato in una stanza segreta.

    È piena di tesori, venite a tirarmi fuori! Sono al servizio di Aurotene. Sono caduto da una qualche botola in questa stanza. Seguite la mia voce e scavate. Avete attrezzi per scavare, vero? Erano in tre, e tutti parevano aver veduto giorni migliori: vestivano abiti logori e sbiaditi, e indossavano armature che dovevano aver predato in qualche mausoleo invero antico, al punto che spandevano un penetrante odore di muffa.

    Pur tuttavia, si rivelarono per Shikidai una vista inebriante. La donna che per prima aveva udito parlare era gradevole allo sguardo: due lunghe trecce nere incorniciavano un viso cereo dove gli occhi rilucevano quasi febbrili, attorniati da un alone scuro.

    Era il volto di chi conosceva bene la fame, con zigomi pronunciati e guance infossate, lineamenti eleganti, forse persino nobili, esaltati dagli abiti cinerei che un tempo dovevano esser stati di qualche pregio, ma ora non erano più che cenci sformati. Se non altro, la statua ha due bei pezzi di gemma. Quei topazi valgono una buona somma, che vi farebbe comodo per disfarvi della robaccia che avete addosso.

    Soltanto lei, la bella signora della piccola avanguardia, parve interessata alle sue parole. Dato che non vi va di fare conversazione, vi lascio al vostro bottino. Salvo accorgersi, appena distolto lo sguardo, che nessuna passaggio figurava più nella parete scarlatta. Aloni di tenebra tremavano, svanivano, rendevano le tre sagome sfocate e distorte, serpeggiavano negli incavi dei corpi mescolandosi alle carni.

    Quanto alla bella dalle trecce nere, si limitava a studiarlo con un sorriso scarlatto e impassibile, mentre Shikidai teneva le distanze e alzava la guardia. Al contrario, ignorandolo, prese a cantilenare in un dialetto che ricordava a Shikidai le ballate dei tempi antichi che i cantastorie intonavano in certe taverne per gente danarosa.

    La litania della bella fanciulla si alzava ora alta e perentoria, gridata con voce solenne. Sacrificio, sacrificio! Ebbe giusto il tempo di metter mano allo stivale per tirarne fuori il pugnale, che i due mastodonti gli furono di nuovo addosso, decisi a confinarlo a contro lo spettrale idolo. Ruzzolarono in terra, avvinti in una lotta primordiale. Sangue, per te! Sangue vivente, in cambio della nostra vita eterna! Shikidai sentiva il tocco ghiacciato di quei viscidi tentacoli ottenebrargli la mente, accelerargli il cuore e mozzargli il fiato.

    Il secondo nemico era oramai prossimo a colpirlo. Mi sta bene, ma che ne sarà della mia anima? Era terrore? Era follia, quella che animava il suo corpo avvinto nel nero groviglio? A Shikidai non importava. Del raffinato guerriero delle praterie non restava che un ammasso di carne, odio e istinto di sopravvivenza.


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